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Boom di cesarei "difensivi" Il Sole 24ORE Sanità (10 novembre 2009)
Indagine della Società Italiana di ginecologia: il bisturi trionfa per motivi legali >>>>>

Il Coraggioso Esempio Svedese: Educazione Sessuale per Immigrati - (17 giugno 2009) - Corriere della Sera

In Svezia, nei corsi di integrazione per gli immigrati, saranno inserite lezioni obbligatorie di educazione sessuale, oltre a quelle di lingua e di educazione civica. Una immigrazione senza precedenti costituisce il problema della nostra epoca. E, come tutti i problemi, può essere considerato una catastrofe o una opportunità. In ogni momento l' incontro può degenerare in uno scontro e lo scontro in conflitto. Per disinnescare la miccia lo strumento migliore è la parola. Non tanto quella che cade dall' alto, neutra e impersonale, ma il dialogo diretto, condotto stando uno di fronte all' altro, da persone sensibili e competenti. Certo la comunicazione è inevitabilmente dissimmetrica: da una parte sta il «padrone di casa», dall' altra chi bussa alla sua porta chiedendo ospitalità. Ma la prossimità consente di riconoscersi appartenenti alla comune umanità e, da quel momento, può avvenire uno scambio trasformativo, per entrambi. Quando la comunicazione investe argomenti ad alto indice di emotività, come l' educazione sessuale, tutto si fa più difficile perché è l' identità personale e collettiva a essere messa in gioco. In particolare le questioni che investono la sessualità femminile sono così cruciali da suscitare facilmente arroccamenti ostili. Eppure vale la pena di affrontarle perché un accordo su questi temi renderebbe tutto il resto più facile. La maggior parte delle persone crescono in una società che ritengono automaticamente l' unica possibile e spesso la migliore. Solo l' apertura degli scambi e il confronto con altri modi di vita può mettere in crisi quelle convinzioni. Pratiche secolari come le mutilazioni genitali femminili, l' isolamento e la sottomissione delle donne, il dominio autoritario e violento del padre su moglie e figli, i matrimoni combinati, una volta tradotti in un discorso, perdono quell' aura di sacralità che li rende indiscutibili. Anche il disprezzo per l' emancipazione della donna occidentale, che spesso autorizza la violenza, può essere modificato dalla conoscenza reciproca. Per le immigrate poi l' opportunità di essere soggetto di discorso risulterebbe dirompente. Nelle società patriarcali si parla infatti delle donne ma ben poco con le donne. Silvia Vegetti Finzi

 

Si può allattare con il seno rifatto?
 

 

Dipende. Se il seno è stato “aumentato” sì: l’intervento di mastoplastica additiva (che permette di correggere la forma e di aumentare il volume delle mammelle) consiste infatti nell’inserimento di una protesi (un “sacchetto” di silicone di volume variabile tra i 120 e i 450 centimetri cubici) in una “tasca” creata dal chirurgo dietro il muscolo pettorale, oppure tra la ghiandola mammaria e il muscolo. La ghiandola, l’areola (che sta attorno al capezzolo) e il capezzolo stesso non vengono coinvolti dall’intervento e continuano a funzionare.

Ma se si riduce...
Diverso è il caso della mastoplastica riduttiva, praticata per ridimensionare mammelle troppo grandi: alcuni tipi di intervento richiedono lo spostamento di capezzolo e areola, che vengono rimossi e poi reimpiantati. In questi casi (pochi rispetto agli interventi riduttivi), la perdita della sensibilità e della funzione nutritiva del capezzolo è totale.

 
Latte in polvere, la svolta taglia-spot     Corriere della Sera

Il sottosegretario alla Salute: «Bisogna tornare al seno della mamma»

In arrivo una stretta sulla promozione dell'allattamento artificiale: limiti a pubblicità e sponsorizzazioni

ROMA — Ha cresciuto i due figli col suo latte fino allo scoccare dei 12 mesi ed è forse anche in virtù della personale, gratificante esperienza che Eugenia Roccella fa dell'allattamento al seno una delle sue prime battaglie da sottosegretario alla Salute. «È in arrivo una stretta sulla promozione delle formule artificiali. Saranno indicati limiti più decisi alla pubblicità attraverso sanzioni specifiche e regole rigide per le sponsorizzazioni delle aziende», ha dichiarato l'ex promotrice del Family Day parlando dei prossimi impegni.

DIRETTIVA EUROPEA - Le novità sono collegate ad una direttiva europea del 2006 che dovrà essere recepita dall'Italia con un accordo Stato-Regioni. Previsti altri divieti sulla propaganda di alimenti per la prima infanzia. Inoltre i produttori non potranno donare alle neonatologie apparecchi o altro materiale col marchio, ma solo in forma anonima. Il regolamento è quasi pronto, mancano solo due passaggi. L'obiettivo è che i nostri bebè vengano nutriti il più possibile con il caldo latte della mamma.

VANTAGGI DELL'ALLATTAMENTO - I vantaggi dell'allattamento al seno sono riconosciuti dall'intera comunità scientifica. Secondo uno studio canadese pubblicato su Archives of General Psychiatry renderebbe i poppanti addirittura più intelligenti rispetto ai figli del biberon. Eppure secondo dati recenti l'Italia è ben messa nelle politiche a favore del latte materno. Il 90-92% delle donne torna a casa col figlio al seno, quindi meglio di paesi come Olanda, Gran Bretagna, Francia, Germania. Casomai le difficoltà vengono dopo. Al terzo mese una buona parte interrompono o passano al sistema misto, introducendo i prodotti artificiali. Tra i 6 e i 12 mesi il 20-30% già passano allo svezzamento col latte vaccino che i pediatri sconsigliano. «Contiene un carico proteico troppo elevato, è su queste abitudini sbagliate che occorrerebbe intervenire — commenta Massimo Agosti, neonatologo a Varese —. Le formule artificiali vengono ingiustamente demonizzate. Dal '94 ci sono regole molto severe per l'introduzione nei nidi e le Regioni vigilano. E poi stiamo attenti a non creare mamme di serie A e B. Quelle che non hanno latte proprio devono sentirsi in colpa?».

SISTEMA TRASPARENTE - Ma la Roccella insiste sulla necessità di un sistema più «trasparente» e di un rapporto chiaro tra ditte e sponsorizzazioni. Racconta la sua infanzia: «Sono siciliana da parte di papà, mamma invece è di Bologna, dove sono nata. Una mentalità moderna, non ha approvato che io allattassi al seno, tanto meno pubblicamente. Credo invece che questo appartenga alle competenze materne, da non dissipare. Il nostro latte è un alimento unico, rafforza il rapporto col bambino. E poi te lo puoi portare dietro con semplicità. Molto meglio che trafficare col biberon ». Sono 15 le formule sostitutive. Dal quella speciale per i prematuri (il Prezero, distribuito gratuitamente in ospedale) ai prodotti di tipo 1 (fino a 6 mesi) e tipo 2 (6-12 mesi). La pubblicità è possibile solo per il tipo 2. Maurizio Acri, dell'azienda Dicofarm, parla di un clima da caccia alle streghe: «Non è neppure vero che i prezzi sono più alti che all'estero. Lo spazio per le sponsorizzazioni è molto esiguo. Credo che l'attenzione vada rivolta altrove».

Margherita De Bac
29 giugno 2008

 

Un bene per mamma e nascituro                                       
I CORSI servono. Lo lo dice l'Istat, nell'indagine "Gravidanza, parto e allattamento al seno" (2004-2005 su 60 mila famiglie). Si legge: "l'importanza della preparazione al parto è associata a una riduzione degli esiti negativi per la salute della madre e del bambino". E poi: "i corsi sono un fattore di protezione rispetto alla possibilità del cesareo", che infatti, è stato scelto dal 27 per cento delle donne che li seguono, contro il 41 di chi non li pratica. Anche l'allattamento al seno è più diffuso tra chi "frequenta" (84 per cento contro 78). I corsi sono più seguiti al Centro-nord (40 per cento, contro il 12,7 del Sud e il 14,9 delle isole), e dalle donne istruite (65 per cento tra le laureate, 34,2 tra chi ha la licenza media). La metà delle donne che frequentano lo fa insieme al partner. Secondo l'Istat la bassa adesione al Sud si deve anche alla scarsa offerta di servizi.

 

INCHIESTA SU 146 CONSULTORI: Il servizio offerto dai consultori familiari visitati in sei grandi città non è al passo con le esigenze delle donne.
Ritroviamo le peggiori pecche della sanità pubblica:poca trasparenza, lunghe liste d’attesa, servizio
inadeguato e a volte superficiale.
consulta l'articolo SALUTEST n° 70 ottobre 2007

Cacciata da bar di Roma perché allattavo. Il racconto di una mamma.

ROMA — «Ho fatto appena in tempo a dirle che una cosa così assurda non mi era mai capitata, che nessuno prima mi aveva mai trattata in quel modo. Poi ho pagato il conto e sono andata via, indignata »: così Silvia Pepoli, giovane mamma di 32 anni, racconta la sua disavventura in un bar-sala da tè di Roma, nei pressi del mercato Trionfale, dov’era andata a fare la spesa con sua madre e il figlioletto di cinque mesi.

IL CASO—È successo—i fatti risalgono a circa un mese fa — che mamma e figlia, con bambino al seguito, abbiano deciso di riposarsi qualche minuto scegliendo proprio quel locale dove erano state altre volte per fare colazione: «Erano circa le 10.30 — racconta Silvia — e a quell’ora il bimbo è abituato a mangiare». La giovane mamma decide così di fare quello che dice di aver già fatto «centinaia di altre volte in tanti altri bar, senza nessuna conseguenza». Tira dunque su la maglia e porge il seno al bimbo affamato che inizia la sua poppata. «A quel punto—prosegue il racconto di Silvia—la proprietaria del locale, una donna sui sessanta anni, dalla cassa si precipita verso me e mia madre sbraitando, con fare arrogante, e dicendo che nel suo locale non permetteva quel tipo di cose. Ho pensato si rivolgesse a qualcun altro, e mi sono voltata. Ma il locale era vuoto, solo un altro cliente e una barista. Il problema eravamo proprio io e il mio bambino.

A quel punto, basite, abbiamo pagato il conto e ci siamo alzate immediatamente, con la signora che ci ha inseguito per darci qualche centesimo di resto. E ho finito di allattare il bambino in macchina». Possibile che la signora in questione abbia magari suggerito, discretamente, una qualche maggior forma di pudore? «No, assolutamente - replica la giovane madre - fin da quando siamo entrati nel locale si è dimostrata sgarbata e maleducata. Mi ha detto subito di spostare il passeggino da dove lo avevo messo perché lì ingombrava. Mi avesse almeno offerto di andare in qualche altro punto del bar, forse avrei capito. Anche se, e lo ribadisco, il locale era vuoto. Io poi non mi vesto in modo eccentrico, sono una persona perbene, faccio l’assistente sociale, miamadre lavora alla Corte dei Conti, lo scandalo evidentemente era proprio l’allattamento, un gesto così naturale… Ora capisco perché quel locale, di cui vorrei non si facesse il nome per evitargli qualsiasi pubblicità, è sempre vuoto».

LA PROTESTA — «Sconvolta» dall’episodio, Silvia, ragazza cattolica che ha anche un altro figlio di due anni, a quel punto decide di scrivere una lettera sull’accaduto, indirizzata a vari giornali e redazioni televisive. La lettera è stata pubblicata ieri sul quotidiano Avvenire, organo della Conferenza episcopale italiana, nella rubrica «Il direttore risponde». E Dino Boffo, numero uno del giornale, ha solidarizzato con lei: «In effetti, cara signora, la reazione di quella barista romana lascia increduli, o quantomeno stupiti». «Ci chiediamo quale offesa possa recare al buon costume la vista di un bambino allattato al seno», scrive invece Silvia. Che nella missiva si domanda anche: «Quale violazione al senso del pudore può comportare l’amorevole gesto di una madre che nutre il proprio infante?». «Forse — la sua conclusione — in un mondo che offre ben altri "spettacoli", l'innocenza può risultare sconvolgente».

Edoardo Sassi

31 marzo 2007

 

costa 20 euro in più in spese sanitarie
Ospedale Burlo Garofolo Nutrire il proprio bambino con latte materno giova non solo alla sua salute, ma anche al bilancio familiare. Una ricerca sul rapporto costi/benefici dell'allattamento realizzata dall'Ospedale Infantile Burlo Garofolo, in collaborazione con nove ospedali del Nord Italia, ha quantificato per la prima volta in modo diretto l'entità di tale risparmio e i vantaggi che ne derivano, anche in termini di salute.
Lo studio ha rivelato che ogni mese in più di allattamento al seno fa risparmiare una media di 20 euro in cure sanitarie (visite ambulatoriali e ricoveri), a cui si aggiunge un ulteriore risparmio diretto di circa 124 euro, corrispondente al mancato acquisto di latte artificiale. Inoltre, rispetto ai neonati cui viene offerta un'alimentazione mista o solo artificiale, i bambini allattati esclusivamente al seno risultano effettivamente più sani e meno inclini a essere ricoverati in ospedale per malattie infettive o di altra natura.
La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale di pediatria Acta Paediatrica e frutto di una collaborazione a cui hanno partecipato dieci Ospedali (Aosta, Borgomanero, Torino, Moncalieri, Pinerolo, Saluzzo, Pordenone, Tolmezzo, Trieste e Udine) è stata coordinata dall'Unità per la Ricerca sui Servizi Sanitari e la Salute Internazionale dell'Istituto per l'Infanzia Burlo Garofolo di Trieste, che è Centro Collaboratore dell’Oms per la salute materno-infantile.
I medici hanno seguito 842 neonati per i primi dodici mesi di vita, registrando la tipologia di allattamento (al seno o artificiale) e monitorando la loro salute. Nel campione selezionato, a tre mesi di vita il 56 per cento dei lattanti risultava allattato esclusivamente al seno, a fronte di un 17 per cento nutrito in modo misto e di un 27 per cento alimentato solo con latte artificiale. ''Nel gruppo dei bambini alimentati esclusivamente al seno - spiega il dottor Adriano Cattaneo, epidemiologo dell’Unità per la Ricerca sui Servizi Sanitari e la Salute Internazionale del Burlo Garofolo – abbiamo riscontrato una media di 4,9 visite ambulatoriali per bambino all'anno, contro una media di 6 visite nel gruppo dei bambini alimentati in forma mista o artificiale. Ci sono stati 10 ricoveri all'anno ogni 100 bambini con allattamento esclusivo, contro 17 su 100 bambini alimentati in forma mista o artificiale''.
I benefici economici e sanitari dell'allattamento al seno sono noti da anni. Per le sue caratteristiche particolari, il latte materno, tuttora ineguagliato e ineguagliabile dai prodotti artificiali, protegge da molte malattie della prima infanzia quali otiti, polmoniti, diabete di tipo 1, infezioni intestinali ed eczema. Secondo una ricerca condotta in Usa e Gran Bretagna, il mancato ricorso all'allattamento naturale incide sui servizi sanitari di questi paesi per diversi milioni di Euro in termini di costi sanitari aggiuntivi. L'Australia, invece, risparmierebbe qualcosa come 11,5 milioni di dollari/anno in cure sanitarie se la percentuale di mamme che allattano il figlio al seno passasse dal 60 all’80 per cento.
Un altro studio realizzato dall'Università di Amsterdam ha rilevato che un incremento del 5 per cento nel tasso di diffusione dell'allattamento materno in Olanda permetterebbe di risparmiare ogni anno ben 850.000 dollari. In Italia oltre il 90 per cento delle mamme sceglie l'allattamento al seno, ma già alla dimissione dopo il parto meno del 40 per cento lo fa in maniera esclusiva e solo il 5 per cento allatta ancora in maniera esclusiva a sei mesi.

''Il latte materno non può essere sostituito - precisa Cattaneo - e dunque le ragioni mediche per non allattare sono piuttosto rare: per esempio, se è in atto un'infezione materna da virus dell'AIDS, nel caso di mancanza totale di produzione di latte da parte della madre o di malattie metaboliche e malformative del bambino''.

L'allattamento al seno è stato promosso e sostenuto anche dall'iniziativa ''Blueprint for Action'', del 2004, frutto di un progetto finanziato dall'Unione Europea cui hanno partecipato 28 Paesi europei, sviluppato e coordinato nell'arco di due anni dallo stesso dottor Cattaneo. Il documento identifica una serie di interventi, supportati da dati che ne comprovano la reale efficacia, da mettere in atto a livello politico, comunicativo, educativo e di pianificazione, sia negli ospedali sia nella comunità. ''L'applicazione del Blueprint'' dice Cattaneo ''potrebbe instaurare a livello europeo un circolo virtuoso in cui alla soddisfazione dei genitori per l'esperienza dell'allattamento si assocerebbe una maggior esperienza del personale sanitario, e quindi una maggior diffusione di questa buona pratica''.
''Il Burlo - commenta Giorgio Tamburlini, Direttore Scientifico dell'ospedale triestino – è impegnato da anni nella promozione dell'allattamento al seno e nella realizzazione di studi e ricerche, in collaborazione con Oms e Ue, finalizzati a dare una base scientifica a questa attività''.
tutto aromatizzato con le essenze più alla moda…
Bibliografia
Martins Y., Preferences for human body odors is influenced by gender and sexual orientation, Psychol. Sc. 16(9):694-701;
Meredith M., Human vomeronasal Organ function. A critical review of best and worst cases, Chem. Sens. 26:433-445, 2001;
Ngai J. An extradimension to olfaction, Nature, 442:637:638, 2006
Rodriguez et al., A putative pheromone receptro gene expressed in human olfactory mucosa, Nat Genet., 26: 18-19, 2000;
Stern K. et al., Regulation of ovulation by human pheromons, Nature, 392: 177-178 (1998);
Thornill R. Et al., Major histocompatibility complex genes, symmetry, and body scent attractiveness in men and women,Behav.Ecol., 148(5):668-678, 2003;
Varendi H. Et al., Brest odour as the only maternal stimulus elicits crawling towards the odour source, Acta Ped. 90:372-375, 2001;
Weller A., communication through body odour, Nature, 392: 126-127, 1998;
S.D. Liberles & L.B. Buck, A second class of chemosensory
receptors in the olfactory epithelium, Nature, August 2006.

 
Per ragioni culturali ci siamo abituati a coprire l'odore della nostra pelle utilizzando saponi e profumi. E se avessimo sbagliato tutto?
Molti animali, ed in particolare i roditori, basano gran parte del loro comportamento riproduttivo su speciali segnali chimici, i cosiddetti feromoni.
Una volta rilasciate nell'ambiente, attraverso le urine o le secrezioni ghiandolari, queste sostanze volatili raggiungono altri individui della stessa specie, segnalando la disponibilità all'accoppiamento, consolidando i legami tra la madre e la cucciolata e regolando i rapporti sociali all'interno del gruppo.
I feromoni vengono rilevati da un apparato sensoriale specifico, il sistema vomero-nasale, costituito da un organo periferico situato alla base del setto nasale, dal nervo omonimo e da un centro nervoso, il bulbo nasale accessorio. Occorre precisare che il sistema vomero nasale (VNS, vomeronasal system) è completamente separato ed indipendente da quello olfattivo principale (MOS, main olfactory system).
Quest'ultimo viene stimolato da una distinta classe di sostanze volatili denominate odoranti.
Il sistema vomeronasale, presente in molti rettili (esclusi i coccodrilli) e nei mammiferi (con l'eccezione dei cetacei e di alcuni primati), è invece assente nei pesci e negli uccelli, che pure possiedono un sistema olfattivo principale.
L'organo vomeronasale fu osservato negli animali dallo scienziato danese Ludwig Lewin Jacobson(1783- 1843) nel diciannovesimo secolo ma la prima identificazione di questa struttura viene generalmente attribuita all'anatomista olandese Frederik Ruysch(1638-1731), che lo descrisse nel 1703 in un soldato ferito al volto. Nonostante sia stato originariamente identificato proprio nell'uomo, è opinione diffusa che l'organo vomeronasale nella nostra specie sia soltanto un residuo vestigiale, tanto che viene sistematicamente rimosso durante le operazioni di plastica al setto nasale.
Alcuni studiosi sostengono tuttavia che anche alcuni aspetti del comportamento umano, ed in particolare la scelta del partner, possano essere regolati dai feromoni. Si tratterebbe in parole povere di dare una base scientifica ai colpi di fulmine, a quelle attrazioni fisiche che scoccano repentinamente senza un'apparente base razionale.
A partire dagli anni ‘80 sono state effettivamente presentate diverse evidenze comportamentali a favore dell'ipotesi della comunicazione chimica nell'uomo, ed in particolare la sincronizzazione dei cicli mestruali in gruppi di donne attraverso preparati ottenuti dalle secrezioni ascellari femminili.
Successivamente si è dimostrato che l'inalazione di alcune sostanze di natura steroidea presenti nel secreto ascellare può modificare vari parametri fisiologici tra cui la pressione sanguigna e la frequenza del battito cardiaco.
A queste sostanze, la principale delle quali è l'Androstadienone, è stato dato il nome di vomeroferine. E' facile intuire quale possa essere l'interesse dell'industria profumiera per un prodotto in grado di conferire un irresistibile sex-appeal al suo acquirente: una ricerca nel web ci può facilmente dare conto del fiorente mercato che si è sviluppato attorno a questi putativi feromoni umani.
Vari studi hanno in effetti dimostrato che nell'uomo l'odore ascellare è sufficientemente diversificato dal punto di vista chimico da consentire la discriminazione tra vari individui, così come accade nel topo. Ad esempio le madri sono in grado di identificare il loro neonato dall'odore degli indumenti.
Simmetricamente, i neonati riconoscono e preferiscono il seno o un tampone ascellare della propria madre a quello di altre donne. Peraltro, qualsiasi donna abbia vissuto l'esperienza dell'allattamento naturale sa bene come l'utilizzo di prodotti profumati possa drammaticamente innescare il rifiuto da parte del neonato di attaccarsi al seno.
Particolarmente intrigante è il dato sperimentale secondo cui le donne, basandosi sull'odore, tendono a preferire uomini caratterizzati da un sistema di istocompatibilità molto diverso dal loro. Il sistema di istocompatibilità è una sorta di 'carta d'indentità' presente sulla superficie delle nostre cellule che ci consente di differenziarle da quelle estranee e che è alla base del rigetto nei trapianti d'organo.
Questo tipo di preferenza avrebbe un vantaggio riproduttivo poiché garantirebbe una elevata variabilità genetica nella prole. Attenzione però: il criterio di scelta viene sovvertito se la donna sta assumendo contraccettivi orali.
Ad ogni modo, al di là di queste evidenze sperimentali, la principale difficoltà nel sostenere il ruolo dei feromoni nell'uomo risiede nella mancanza nel nostro organismo dei correlati anatomici del sistema vomeronasale.
Nell'uomo la presenza di un nervo specifico che porti le informazioni al cervello è a dir poco incerta e non è mai stato possibile identificare nel sistema nervoso centrale della nostra specie un analogo del bulbo olfattivo accessorio, benché questa struttura siano stata descritta negli embrioni umani da vari anatomisti di inizio secolo.
Inoltre bisogna considerare che risulta difficile accettare che una risposta biologica possa in qualche modo prevalere sulla volizione.
Ora però una nuova evidenza mette in difficoltà gli scettici. Linda Buck, la stessa ricercatrice che ha ricevuto nel 2004 il Nobel per la medicina per la scoperta dei recettori per gli odoranti, ha individuato una nuova classe di recettori nell'epitelio olfattivo del topo.
Questi recettori, denominati TAAR (trace ammino-associated receptors) riconoscono sostanze azotate presenti nelle urine murine e coinvolte in segnali sociali.
Geni analoghi sono stati identificati nell'uomo e nei pesci, dimostrando una notevole conservazione nel corso dell'evoluzione. L'evidenza che nel topo alcune risposte a feromoni sono mediate dal sistema olfattivo principale eliminerebbe i problemi legati all'assenza dell'organo vomeronasale nell'uomo. Peraltro già nel 2002, era stata dimostrata l'espressione di geni per i feromoni nell'epitelio olfattivo.
Se i nuovi recettori individuati nell'epitelio olfattivo principale si dimostreranno essere effettivamente recettori per i feromoni ogni discussione sulla presenza di un organo vomeronasale funzionale nell'uomo diventerà superflua. Gli scienziati invitano tuttavia alla prudenza, poiché mancano ancora alcuni esperimenti chiave.
Sarà necessario 'costruire' con le tecniche dell' ingegneria genetica topi specificatamente deficitari per i geni in questione, i cosiddetti animali knock - out , e verificare in essi un qualche tipo di alterazione comportamentale.
Il passo successivo sarà quello identificare nelle urine e nelle secrezioni umane sostanze che si possono legare a questi recettori.
Sarebbe inoltre di grande interesse individuare dei soggetti umani con alterazioni congenite di questi geni per poi verificarne il profilo comportamentale.
Rimaniamo quindi in attesa di queste conferme ma nel frattempo facciamo attenzione: l'amore è cieco ma … gli odori li sente benissimo!
Il pianto nel lattante
Bibliografia. St James-Roberts I, Alvarez M, Csipke E. et al. Infant Crying and Sleeping in London, Copenhagen and When Parents Adopt a "Proximal" Form of Care. PEDIATRICS 2006;117(6):e1146-e1155.

antonella sagone
La notizia . In una ricerca descritta su Pediatrics, il confronto fra diverse pratiche di accudimento del bambino e la frequenza e tipologia dei pianti e dei risvegli notturni è stata analizzata in tre gruppi, trovando una relazione significativa fra la frequenza dei pianti e il minore contatto corporeo fra il bambino e l’adulto che lo accudisce.

Approfondimento. La gestione dei pianti del neonato è un argomento rilevante nella pratica sanitaria, non solo per la preoccupazione che desta nei genitori, ma anche per il margine di rischio che, in particolari condizioni, può fare del pianto l’elemento scatenante di comportamenti di abuso o maltrattamenti. Tuttavia, gli studi controllati su questo tema sono pochi, e il dibattito è stato sinora condotto soprattutto sulla base delle opinioni degli “esperti”, i quali si collocano su due fronti: da un lato l’accudimento basato su una pronta risposta ai richiami del bambino e su una quota elevata di contatto (portare in braccio, allattare al seno, dormire insieme) con il neonato, e dall’altro un approccio educativo, mutuato dalle teorie behavioriste, volto a “non viziare” il bambino e a “regolarizzarlo” sulla base di orari e abitudini precise. Quest’ultimo approccio si basa sul timore che rispondere prontamente e sistematicamente al pianto del bambino costituisca una forma di “rinforzo positivo”, in sostanza incoraggiando e incrementando tale comportamento.

Lo studio. Uno studio è stato condotto, tramite questionari e la redazione di un diario relativo al comportamento del bambino e dell’adulto che se ne prendeva cura, su 87 donne di Copenhagen e 174 di Londra e sui loro neonati. Le donne londinesi erano suddivise in due differenti gruppi, dei quali uno effettuava un accudimento definito “prossimale”, ovvero con 15-16 ore al giorno di contatto fisico, in particolare tenere in braccio, allattare a richiesta e dormire con il bambino, mentre nell’altro gruppo del Regno Unito il tempo medio giornaliero di contatto ammontava a circa 8 ore e mezzo; queste madri tenevano i loro figli in braccio per meno tempo sia quando erano svegli che quando erano addormentati, e passavano meno tempo a contatto con il loro bambino anche durante gli episodi di pianto. Il gruppo danese si collocava in un punto intermedio fra questi due. Sono stati effettuati rilievi a 10 giorni di vita dei neonati e poi ancora a 5 e 12 settimane.

I neonati accuditi nel gruppo “prossimale” hanno presentato il pianto per circa la metà del tempo rispetto all’altro gruppo del Regno Unito; questa tendenza si è riscontrata in tutte le fasce di età monitorate. Il pianto, nel gruppo londinese a minore contatto, non diminuiva con il passare dei giorni ma si manteneva ancora invariato alla dodicesima settimana. Gli episodi di coliche e pianto inconsolabile, in ogni caso, non sono stati differenti nei tre gruppi; i bambini accuditi con l’approccio “prossimale” si sono mostrati complessivamente meno irritabili, anche se presentavano il maggior numero di pianti notturni. Questi dati confutano quindi l’ipotesi che una pronta risposta al pianto ne produca un rinforzo e un incremento.

Conclusioni. Gli autori sottolineano riguardo alle coliche che, secondo i dati dello studio, queste sono indipendenti dalle modalità di accudimento adottate dai genitori; e concludono suggerendo di prendere a modello il gruppo danese ai fini di ottenere la massima riduzione del pianto nel neonato. Tuttavia, sarebbe forse opportuno andare oltre nell’analisi dei dati, riflettendo sul significato funzionale del pianto nel neonato. Il fatto che questo comportamento, seppure “rinforzato” dalla risposta materna, non si incrementi, ci indica come non sia fine a se stesso ma abbia un significato funzionale. Il dato della maggiore frequenza di pianti notturni nei bambini che condividono il sonno con le loro madri, come già emerso da precedenti ricerche, è correlato non ai risvegli ma alle poppate elicitate, la cui frequenza è un fattore critico, nelle prime settimane, per l’instaurarsi dell’allattamento. Non a caso nello studio in questione il tasso di allattamento si è ridotto nel corso delle settimane del 65 per cento nel gruppo ad orari, contro il 32 per cento del gruppo di Copenhagen e solo del 17 per cento nel gruppo “prossimale”.